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Giocare a zona, post scriptum

Devo fare una piccola aggiunta alle mie argomentazioni sull’uso precoce della difesa a zona nei campionati giovanili di basket. 

È chiaro che non si può perdere troppo tempo ad insegnare un sistema di gioco adatto alla zona, quindi al lavoro per migliorare il tiro ed al gioco senza palla, si deve aggiungere:

  • l’idea di andare a rimbalzo d’attacco,
  •  educare i ragazzi a corrette scelte di tiro, nel senso di prendere tiri in buon equilibrio di squadra, 
  • curare il recupero difensivo, per chiudere il contropiede, 
  • incrementare la pressione difensiva per cercare di giocare in soprannumero.

Ma certamente al mio esercizio con le sedie, di cui ho parlato nel precedente articolo, dovrò inserire una sedia che segue ad uomo un giocatore, così saremo pronti a giocare anche contro la box and one! 

A parte gli scherzi, c’è poco da fare, solo con il lavoro tecnico e mentale si può far comprendere ai ragazzi che anche questa strana cosa è superabile. 

Mentale, perché quando un ragazzo di 13 anni ti chiede:

Perché non mi fanno giocare e mi tirano per la maglia?

devi fargli comprendere il senso del nostro lavoro, fargli capire che se si muove in continuazione ci saranno difficoltà per gli avversari e vantaggi per i compagni e, probabilmente, si noterà che la maglia viene trattenuta!

Quindi, anche se alla fine della partita avremo perso, si torna in palestra per allenarci, ma consapevoli però di aver vinto qualcosa, di averci guadagnato qualcosa: e cioè che abbiamo perso con uno scarto minore rispetto alla gara di andata e che siamo migliorati nell’affrontare una difesa a zona, cosa che sicuramente ci servirà per le prossime partite.

L’importanza del ruolo

L’importanza di riconoscere quale sia il proprio ruolo in una squadra, la coscienza dei propri limiti, sono fondamentali da insegnare ai nostri giovani!

Un bell’articolo di Mattia Losi, sul Sole 24 ore, su Mario Governa, epico componente della squadra di Milano che ha vinto tutto!

La lezione di Mario Governa, la riserva professore di basket

di Mattia Losi

Chiariamolo subito, Mario Governa non ha mai preteso di insegnare nulla a nessuno. A chi gli chiede, vedendolo alto come una montagna, se abbia giocato a basket, risponde invariabilmente: “Sì, ma ero scarso, un panchinaro”. Nessun cenno ai tre scudetti vinti, alle due Coppe dei Campioni, alla Coppa Intercontinentale, alla Coppa Korac e alla Coppa Italia.

Non ha mai preteso di insegnare nulla a nessuno, eppure anche senza volerlo è un professore di basket. Perché la sua carriera, trascorsa nell’ombra di grandissimi campioni, è l’esempio più chiaro di cosa significhi far parte di un gruppo, accettarne le regole, conoscere e rispettare i propri limiti, impegnarsi al massimo per quello che la squadra ti chiede di dare.

Qualche buontempone, e sul Web ne circolano tanti, ha scritto di lui: “è l’unico giocatore con più titoli vinti che minuti giocati”. Altri dicono che era scarso e che, mi si scusi il termine ma rende benissimo, ha avuto “culo” a giocare nella leggendaria Olimpia degli anni 80.

Ieri sera al Forum di Assago, mentre tutti celebravano il ritiro della maglia di Mike D’Antoni, Mario Governa ha avuto la sua rivincita. Ha dimostrato che se “culo” c’è stato non è quello avuto nel giocare con gente come Meneghin e McAdoo, ma quello che si è fatto permettendo ai suoi compagni di allenarsi al massimo contro di lui. Tornando a casa, ogni sera, con i lividi sul corpo: perché contro quei due, allenamento o no, era sempre una finale di Coppa Campioni.

Più che le frasi di qualche presunto esperto di basket, che probabilmente faticherebbe a dire di che colore è la palla senza prima guardarla, preferisco riportare le parole di Mike D’Antoni: “Sono abbastanza intelligente da capire che la mia maglia viene ritirata non per merito mio, ma per merito del gruppo. Senza Peterson, senza Meneghin, senza McAdoo io non posso fare niente. Ho fatto la mia parte, avevo un ruolo e l’ho svolto bene, ma avevo la palla in mano e mi si notava di più. Ma non ero più importante di Mario Governa: non so quante gomitate ha preso da Meneghin e McAdoo. Era un ruolo anche quello, qualcuno doveva farlo e lui l’ha fatto”.

Iera sera Mario Governa era in mezzo al campo, insieme ai campioni di quella squadra leggendaria. Dalla tribuna dietro canestro è stato facile vedere con quanto affetto, dopo tanti anni, sia stato salutato dai suoi vecchi compagni e da chi, da Peterson a Pippo Faina, l’ha allenato. Roberto Premier, dopo un momento di sorpresa, l’ha sommerso in un abbraccio che non voleva più sciogliere.

Conoscenza dei propri limiti, impegno massimo in ogni momento, mai una volta la pretesa di scendere in campo al posto dei compagni più forti. La squadra al primo posto, sempre. L’accettazione del proprio ruolo: meglio non pretendere di essere in campo a tutti i costi, magari creando problemi alla squadra più che risolverli, e spendere ogni goccia di energia perché i compagni più forti potessero arrivare alla partita nelle condizioni migliori.



In molte imprese dell’Olimpia c’è un pizzico di Mario Governa: prima della grande rimonta dai -31 contro l’Aris Salonicco lui era nella palestra secondaria del Palalido a prendere botte sotto canestro. Prima del grande Slam, seguito dalla vittoria nella Coppa Intercontinentale, lottava su ogni pallone contro Meneghin e McAdoo per prepararli al meglio per i momenti decisivi.

Alla fine, come dice Mike D’Antoni, non è stato meno importante di loro: è stato l’ingranaggio giusto che ha permesso al motore di quella squadra leggendaria di funzionare senza intoppi.

Per questo, se vi risponde come sempre “ero scarso, un panchinaro” non credetegli. Mario Governa è un professore e la sua storia insegna una lezione che chiunque si avvicini al basket dovrebbe imparare: la squadra prima di tutto. Prima di te stesso, prima dei minuti che pretenderesti di giocare al posto di chi è meglio di te, prima di arrendersi alla fatica e al peso di ore e ore di allenamento per poi scendere in campo un minuto quando capita. Una lezione che vale per tutti, per chi gioca ad alto livello ma soprattutto per i più giovani.

Fatica, impegno e accettazione dei propri limiti. Questo, come dice Mario, è lo sport. Tutto il resto al massimo è un gioco, oppure baysitteraggio.

http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/notizie/2015-03-14/la-lezione-mario-governa-riserva-professore-basket-095812.shtml?uuid=AB5KOM9C

Tutte le foto del mio compleanno!

Un bel ricordo di una serata tra tanti amici che mi hanno accompagnato nel corso della mia vita.

Foto di Teresa “La Vispa” Aprea

https://pulicano.wordpress.com/#jp-carousel-475

Lo Squalo se ne è andato

A distanza di pochi giorni mi trovo di nuovo a ricordare un grande Coach che ci ha lasciato: Jerry Tarkanian “The Shark”.
Lo incontrai a Los Angeles al Camp di Pete Newell, era già leggendario, ma anche lui di una semplicità imbarazzante per un giovane coach come me. Quando scoprì che ero italiano mi cominciò a parlare del figlio, Danny, playmaker della sua squadra. L’anno successivo mi ricontattò attraverso Coach Newell per vedere se ci fosse un’opportunità. Ma il figlio lasciò presto il basket per dedicarsi al lavoro.
Lo Squalo era molto diverso da Dean Smith, è diventato leggendario per la sua carriera a UNLV ( University of Nevada Las Vegas) dove ha ottenuto straordinari successi reclutando atleti che difficilmente sarebbero potuti diventare giocatori NBA.
Con un record di 729 vittorie nell’NCAA, è settimo in percentuale di vittorie, davanti a mostri sacri come Smith e Krzyzewski, ma la sua partita mai terminata è stata quella combattuta con l’NCAA. Le cause e le sospensioni legate alle irregolarità di reclutamento lo hanno accompagnato per anni.
Tarkanian è stato un ottimo coach, molto migliore di ciò che si è detto, ha iniziato per primo ad usare sistematicamente il tiro da tre punti, il suo stile di gioco “Run and Gun” (corri e spara) caratterizzato dal gran numero di possessi, unito alla difesa a tutto campo, ha fatto scuola.
Per quattro volte è arrivato alle Final Four, sempre contro grandi College: lui con il piccolo UNLV, ha perso le prime due volte con Dean Smith, UNC, e Bobby Knight, Indiana University; ha vinto nel 1990 con Coach Krzyzewski, Duke University, concludendo nella stagione successiva, 1990-91, con una sconfitta in semifinale proprio con Duke. L’anno successivo fu travolto da uno scandalo provocato da tre suoi giocatori che lo portarono a lasciare UNLV.
Ma per raggiungere le 700 vittorie riprese ad allenare a Fresno State, la sua Alma Mater. Altro record: in tutta la sua carriera solo due volte le sue squadre hanno mancato il traguardo delle 20 vittorie.
Significative le parole di Coach K dopo la vittoria a sorpresa del 1991:
“Come coach noi lo apprezziamo, la sua squadra è una gioia da vedere, anche se ci devi giocare contro non puoi non apprezzarla. Insegna la difesa press tutto campo come nessun altro ha mai fatto.”
Tarkanian aveva una incredibile abilità di reclutare stelle e trasformarle in una squadra con una mentalità che ben si comprende dalle sue parole:
“Ogni cosa deve essere fatta alla massima velocità ed intensità. Molti allenatori desiderano che i loro giocatori siano rilassati prima delle partite. Io non voglio mai che accada. Io voglio che le loro mani sudino, le loro gambe tremino, che gli occhi siano spiritati. Io voglio che agiscano come se si preparassero alla guerra.”

come sempre ESPN traccia un magnifico profilo, da leggere!

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La Memoria nel presente

10426772_10152536616899047_8105166545993473800_nIn occasione della festa di chiusura di Vivi Basket che si è svolta a maggio 2014 ci era venuta a trovare Alberta Levi Temin, ebrea, novantaquattrenne, mamma di un mio caro amico, scampata ai rastrellamenti nel 1942.

Ho pensato che la sua testimonianza avrebbe potuto aiutare a crescere i nostri ragazzi.

La accompagnai al centro del campo ed iniziò a parlare. Siamo rimasti tutti ipnotizzati. I bambini, anche più piccoli, ascoltavano con grande attenzione, affascinati dalle sue parole. La realtà dura del suo racconto in palestra è esplosa:

«Io sono ebrea ma questo non fa nessuna differenza, Io non sono un’eroina, io mi sono salvata ma la mia gioventù è stata molto dolorosa. Ho perso tante persone care. Per quarant’anni non ho parlato. Ma qualcuno ha osato dire che i campi di eliminazione non c’erano stati. Non ce l’ho fatta più ed ho cominciato a parlare.

La vita è bella e bisogna viverla con gioia, e deve essere bella per tutti. Se avete un compagno di banco, di gioco, di studi, che è diverso da voi, che parla una lingua diversa, che ha un altro colore, lui è uguale a voi, perché siamo tutti uguali nel genere umano».

Perché la memoria deve essere testimoniata nel presente, in un momento in cui invece sta diventando normale essere contro: sud, nord, immigrati, cristiani, musulmani, bianchi, neri, gialli. Non ci si rende conto che non c’è grande differenza da ciò che è successo in quei terribili anni. Perciò dobbiamo ricordare, dobbiamo pensare. Altrimenti la giornata della memoria diventa una delle tante ricorrenze di maniera.

25 gennaio 1987

Papà e mamma 1954

Il 25 gennaio 1987  Giosuè, uno dei tre angeli che lo avevano assistito in quei quattro mesi, mi aveva chiamato alle sei e mezzo,  proprio alla stessa ora in cui mi sono svegliato questa mattina. Papà se ne era andato dopo quattro mesi di silenziosa sofferenza.

Me ne andai in giardino, era una mattina come questa, fredda con il cielo terso, il Suo albero di limi era pieno di frutti.2015/01/img_1001.jpg Non era mai accaduto, ma lui non avrebbe più potuto mangiare quel frutto aspro e profumato che tanto amava, o’ limmo.
Il giardino era insolitamente fiorito, le camelie, il dracunculus, erano lì a salutarlo.  L’ultima volta che mi aveva riconosciuto era stato il 12 di dicembre, mi aveva stretto la mano, tirato a se e fatto la crocetta, sarebbe stata l’ultima.
Camminavo per il Suo giardino, tra fiori, piante ed animali, sentivo la sua presenza ed avvertivo già la Sua assenza. Mi aveva cresciuto con affetto ma con tante rigide regole, nulla era irraggiungibile se avessi dato il massimo… Una onnipotenza con cui spesso mi sono scontrato, che mi ha portato ad affrontare e a dover poi accettare i miei limiti.

Sciabola Arturo di LorenzoSe il basket è diventato la mia vita, lo devo a lui, sportivo vero, campione, un po’ dissennato, di sciabola degli anni trenta, che volle che conoscessi lo sport di squadra, per vivere e conoscere altri mondi, altre persone, diverse dal mondo dorato in cui ero nato.
Ma fu proprio il basket a dargli il dispiacere del mio abbandono dell’università, che non ebbi mai il coraggio di confessare, rimase un argomento muto tra di noi.
Non dimenticherò mai la nostra chiesetta in giardino, piena all’inverosimile di fiori, portati da Filippo, il Suo fioraio, che piangeva con noi, non avremmo mai saputo cosa lo legava a papà, che ancora oggi gli fa inumidire gli occhi se ne parla. Ma questo era mio padre,
Gli amiciQuell’uomo aristocratico, burbero era amatissimo da tutti, i suoi operai, i suoi collaboratori, i suoi amici. Si, quel gruppo di amici che erano più che fratelli per lui, zio Piero e zia Giuliana, zio Romualdo, zio Ermelino e zia Livia, zio Ninì e zia Luisa, zio Pasqualino e zia Paola, Robertino, Carletto. C’erano tutti, e mille altri, nella chiesa di San Ferdinando quell’ultima mattina, una dimostrazione di affetto unica. Al mio fianco, le persone che mi volevano bene, mi accompagnarono, mentre finalmente piangevo, quelle lacrime che lui mi rimproverava, dovevo essere forte, non piangere!
Mi lasciava un esempio straordinario, tante storie della sua vita, l’onere e l’orgoglio di essere un di Lorenzo, che lui aveva riportato nella sua vita esemplare di lavoro. La nobiltà della nostra famiglia, non doveva essere di maniera, ma un modo di essere, di vivere, in cui testimoniavamo chi ci aveva preceduto.

Nella vita si testimonia il proprio passato nel presente, giorno dopo giorno, trasmettendo ai giovani con l’esempio, le proprie esperienze!

Video

Klay Thompson, 37 punti in un quarto, record NBA

Klay Thompson, 37 punti in un quarto, record NBA

Questa notte Klay Thompson si è esibito in una straordinaria prestazione: bellissima la sua tecnica di tiro, compatta, fluida, con la ricerca continua del ritmo da un arresto ad un tempo!

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Digressione

Da una giornata di sport un flashback tra passato, presente e futuro Continua a leggere

Citazione

Si fa così…

Ciò che scrive Franco Bolelli mi piace molto…

Si fa così - Franco Bolelli– 61: L’amore nasce da un colpo di fulmine. Proprio come la vita è nata dal Big Bang. Proprio come nascono la conoscenza luminosa, le rivelazioni che improvvisamente ci spalancano un nuovo orizzonte. Ogni volta che un’idea, una persona, un’esperienza ci colpisce con questa prepotente istantaneità, noi passiamo dal mondo dei concetti statici a quello dinamico dove istantaneo ed infinito si incontrano. Si tratta proprio di un evento fisico perché quando gli schemi rigidi si dissolvono, lì l’energia è più libera di correre. Perché in uno sguardo – poi in un bacio, e poi in un altro,e in tutto quello che viene dopo – ci scambiamo miriadi di quintessenziali informazioni genetiche. Naturalmente quell’impulso folgorante dovremo poi verificarlo, allenarlo, approfondirlo: ma intanto attraverso il nostro intero organismo – pelle, mente, occhi, sensi, sistema nervoso – qualcosa in noi, nella nostra relazione con il mondo e le cose, è scattato, si è acceso. Chi ha mai detto che tenersi per mano, accarezzarla, baciarla, toccarla, mille volte al giorno, debba essere prerogativa del colpo di fulmine, dell’esplosione iniziale, e poi normalizzarsi, assestarsi su un’attitudine più equilibrata? Ci sono gesti e azioni – quelli caldi delle nostre passioni sentimentali – che proprio per la loro natura vitale e rivitalizzante dovrebbero seguire un ritmo biologico: la carezza o il bacio delle nove e venti non sono gli stessi che ha i fatto alle nove e quindici, non sono una ripetizione, sono nuovi ogni volta. Puoi avere sedici anni oppure sessantuno e la tua relazione può essere appena sbocciata oppure essere ormai aldilà del tempo, ma guai se po slancio non prevale sull’equilibrio. Sarà anche vero che in medium stat virtus, ma appunto, in mezzo ci sta giusto la virtù, non tutta la potenza vitale che è li pronta nei nostri corpi e nelle nostre mani

Franco Bolelli

Emma Bonino sull’attentato di Parigi

L’intervista di Antonella Rampino ad Emma Bonino su La Stampa di oggi

Emma Bonino, c’è il tentativo di scavare un solco tra Islam e Occidente in questo attentato ai giornale Charlie Hebdo? La violenza in questo caso è un fine o un mezzo? Si può considerare questa strage terroristica come l’11 settembre dell’Europa?

«In questo momento, credo, abbiamo ancora troppi pochi elementi. Sappiamo troppo poco della dinamica, e soprattutto dell’identità degli attentatori, non è indifferente se sono dei lupi solitari o se appartengono a organizzazioni come Al Qaeda o l’Is, che del resto aveva già minacciato l’Europa. Ma è evidente che hanno colpito un simbolo, la libertà di stampa e di satira, e il simbolo certo non è irrilevante, come non erano irrilevanti le Torri gemelle di New York. Il simbolo, l’obiettivo, serve per avere eco mediatica. Quello che mi preoccupa, per ora, riguarda noi: che non scattino i riflessi condizionati che scattarono nel 2001».

Il segretario di Stato americano John Kerry in verità ha subito dichiarato che non si tratta di uno scontro tra civiltà, ma di uno scontro con dei terroristi che si prefiggono di distruggere la nostra civiltà. Una bella differenza, con l’amministrazione Bush-Cheney…

«Il senso di responsabilità e i toni di misura e prudenza sono l’aspetto migliore dell’amministrazione Obama. Perché noi, noi occidentali intendo, abbiamo dimostrato di saper bombardare e far fuori i dittatori, come in Iraq e in Libia, ma anche di non sapere cosa fare dopo. Ed è grave. Mi auguro che non si precipiti nel riflesso condizionato del 2001, andando a buttar bombe alimentando islamofobia. E che anche in Europa si cominci a riflettere su come arginare il problema non solo in termini securitari, ma cominciando ad affrontarlo in termini politici».

E tuttavia come sempre con il terrorismo, anche quello di matrice islamica non può essere battuto se a ribellarsi non è anzitutto il mondo musulmano. Come si aspetta che reagirà l’Islam? C’è stata una
forte presa di posizione della comunità francese, e in Egitto un quotidiano ha addirittura ripubblicato le vignette di Charlie Hebdo…

«Non c’è dubbio che la reazione del mondo musulmano è fondamentale. Sinora è sempre mancata, ed è molto più difficile che si manifesti nei paesi islamici, forse perché non avendo diritti di cittadinanza i cittadini di quei Paesi non si rendono ben conto che gli attentati terroristici in Occidente hanno proprio i musulmani come obiettivo politico finale. Perché i terroristi si propongono di distruggere anche la loro, di civiltà. Se potessimo guardare anche all’attentato terroristico a Charlie Hebdo con gli occhi di un egiziano o di un algerino o più ancora di un siriano, vedremmo – o per meglio dire ci ricorderemmo – che i terroristi da noi commettono gesti efferati ma esemplari, su obiettivi a forte carica simbolica, ma fuori dall’Occidente uccidono musulmani a migliaia. E uccidono ogni giorno».

E le reazioni dei musulmani in Occidente?

«Da noi, quando la reazione si è timidamente manifestata, come hanno fatto i giovani islamici scesi in piazza contro l’Is a Milano lo scorso settembre, non hanno trovato grande eco. Nessuno se li è filati, per dirla chiara. Né i media, né la politica. Ed erano comunque proteste numericamente esigue. Qui c’è una responsabilità nostra, molti di loro non vengono riconosciuti né legalizzati, sentono solo che nei loro confronti c’è un’ondata razzista. Com’è che in Europa tra i leader di governo c’è solo la Merkel che parla dell’integrazione e dell’immigrazione, come ha fatto nel discorso di fine anno da Dresda? Com’è che solo lei ha il coraggio di porre il problema?»